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TATIANA MARTYANOVA

Solo exhibition "Gradi di Transizione" - Galleria Open Art - Milano - 2012

PANTA REI - ESSERE O APPARIRE, NELL’ARTE DI FABIO ADANI?

Nosce te ipsum - (Conosci te stesso)
esortazione scritta sul Tempio dell’Oracolo di Delfi

Una mostra quasi intima, quella di Fabio Adani dal titolo "Gradi di transizione", a cura di Francesca Baboni e Stefano Taddei. Adatta a un «appartamento», come si definisce la galleria milanese OpenArt Milano, dove lo spettatore, come in un salon dell'Ottocento, si trova ad osservare i Gradi di transizione di un pittore, il suo Essere Apparire, attraverso il suo Tempo, il suo Spazio, la sua Volontà, la sua Interiorità, e i Nonluoghi – questi i temi proposti nei diversi spazi della galleria.
Fabio Adani, classe ’74, comincia la sua ricerca artistica dalla grafica – il motivo per cui i suoi lavori pittorici danno l'impressione di essere perfetti; la costante ricerca di luce porta l’artista all’acquarello, lo strumento ideale per un perfetto chiaroscuro. 
La tematica principale dell’arte di Fabio Adani è l’Essere in relazione all’Apparire, forse uno dei più attuali dilemmi della realtà contemporanea, che non ha confini definiti in tutto il lungo percorso della storia della filosofia. L’artista interpreta questo tema considerando la solitudine di un individuo immerso in una massa di persone e di immagini che ne sovraccaricano l’esistenza e l’immaginario, la realtà di un essere umano così che il suo animo (turbato da informazioni spesso inutili) non trova modo di esprimersi proprio perché soffocato. Da queste riflessioni provengono le sagome di esseri umani, ammassati, senza volti, senza contenuto, e una piccola ombra, l’eroe del nostro tempo, che si contrappone a una moltitudine intorno a lui, che sta scegliendo tra due strade distinte: l’io e l’altro.  
In un'altra serie di opere le stesse riflessioni sono sintetizzate da sedie vuote (un motivo molto amato dai diversi artisti contemporanei per la sua natura poetica e filosofica): una guarda l'altra, ma allo stesso tempo nessuna è rivolta da nessuna parte, è un vuoto, un ombra, un segno. Andy Warhol diceva che “le masse vogliono apparire anticonformiste: ciò significa che l’anticonformismo deve essere prodotto per le masse”. Proprio contro questa produttività, contro questo apparire grida silenziosamente Fabio Adani, è una rivoluzione interiore, è un apparire laconico senza esserlo realmente.
Le opere numerose anch’esse, sono spesso polittici, richiamano alla tradizione bizantina, e in certi quadri, all’icona, perché create su superfici di legno con un monocromo sfondo d’oro alla Yves Klein.
Questo richiamo ci porta alla dimensione contraddittoria dell’arte di Fabio Adani: se vediamo l’origine della parola icona, scopriamo che deriva dalla lingua russa, e quella, a sua volta, dal greco bizantino e dal greco classico, che ha come significato “infinito perfetto”, “essere simile”, “apparire”, “immagine”… Ciò significa che la raffigurazione, l’apparire nei polittici di Adani può avere una connotazione quasi sacra, perché nell’icona della tradizione, questo “apparire” permette di far emergere l’immagine sacra che non può essere pitturata. In questo senso vediamo che l’Apparire non è univoco: non nasconde solamente l’Essere, ma, grazie a questa maschera, in alcuni casi salva il vero Io.
Quella di Adani è una riflessione filosofica anche se la rappresentazione pittorica dell’artista può sembrare fin troppo piacevole (al punto da portare lo spettatore a una mera contemplazione estetica). Chi la osserva, infatti, potrebbe non trovare nelle opere uno strumento di analisi della realtà e di introspezione, proprie, invece, della ricerca dell’artista. Il giovane Adani ha indubbiamente superato diversi gradi della propria transizione, ma il vero compito dell’artista non è solo la propria metamorfosi, bensì il cambiamento dentro lo spettatore, in modo che non diventi un “incontro mancato”, come diceva il poeta Paul Celan, tra l’artista, la sua arte e lo spettatore.
Per un artista promettente è un buon inizio: l’Essere come unico obiettivo, l’ultimo grado di transizione, appunto.
PANTA REI - BEING OR APPEARING IN THE ART OF FABIO ADANI?

Nosce te ipsum - (Know yourself)
sentence written on the Oracle Temple in Delphi

An almost intimate exhibition, the one by Fabio Adani, bearing the title “Degrees of Transition”, edited by Francesca Baboni and Stefano Taddei. Suitable for an “apartment”, as the Milan gallery OpenArt Milano describes itself, where the viewer – like in a 19th century saloon – watches a painter’s degrees of transitions, his Being-Appearing, through his Time, his Space, his Will, his Inner Life and the Non-places – those are the themes proposed in the various spaces of the gallery.
Fabio Adani, born 1974, begins his artistic research from graphics – the reason why his painted works give the impression of being perfect; the constant research of light takes the artist to watercolour technique, the ideal means for a perfect chiaro-scuro.
The main theme in Fabio Adani’s art is the Being in relation to the Appearing, perhaps one of the most current dilemmas in contemporary reality, that has no definite boundaries all along the history of philosophy. The artist interprets this theme by taking into consideration the loneliness of the individual immersed in a whole multitude of people and images which overload his existence and his imagining, the reality of a human being so much so that his soul cannot find a way of expressing itself, troubled and smothered by often useless information. From these reflections come the outlines of human beings, crowded, without faces, without content, and a small shadow – the hero of our time, clashing against the multitude around him – is choosing between two different ways: the “I” and the “Other”.
In another series of works, the same reflections are synthesized by empty chairs (an image very dear to many different contemporary artists, due to its poetic and philosophic nature): one is facing the other, but at the same time none of them is facing anywhere, it’s a void, a shadow, a mark. Andy Wharol used to say that “multitudes want to appear as non-conformist: this means that anticonformism must be produced for the multitudes”. Exactly against this productivity, against this appearing silently cries out Fabio Adani, it’s an inner revolution, it’s a laconic appearing without really being.
The numerous works themselves are often polyptychs, they hark back to the Byzantine tradition, and in some paintings even to the icon, because they’re created on wooden surfaces with a monochrome gold background after the style of Yves Klein.
This recalls the contradictory dimension of Fabio Adani’s art: if we look for the origin of the word “icon” we discover that it comes from the Russian language, and it, in its turn, comes from Byzantine Greek and from classical Greek, whose meaning is “Perfect Infinite”, “Being Similar”, “Appearing”, “Image”… This means that representation, the “appearing” in Adani’s polyptychs may have an almost sacred connotation, because this “appearing” in the traditional icon lets the sacred image come to the surface, sacred image that cannot be painted. In this sense we see that “Appearing” is not univocal: it not only hides the “Being” but – thanks to this mask – it sometimes saves the real “I”.
Adani’s reflection is a philosophic one, despite the pictorial representation by the artist may seem even too pleasant (to the point of taking the viewer to a mere aesthetical contemplation). Whoever observes it, in fact, may not find in the works a means of analysis of the reality and of introspection, marking out the artist’s research instead. Young Adani has undoubtedly overtaken several degrees of his own transition, but the real artist’s task is not only one’s own metamorphosis but the change inside the viewer, so that it doesn’t remain a “missed encounter”, as the poet Paul Celan said, between the artist, his art and the viewer.
For a promising artist it’s a good start: the “Being” as sole objective, the last degree of transition, exactly.