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VERONICA LIOTTI

GIDM - Volume 31, n° 2 - edizione Giugno 2011

RIFLESSIONI DI COPERTINA

L'arte di Fabio Adani propone costantemente una prospettiva dall'alto, quasi a volo d'uccello, che scaturisce da un occhio sopraelevato, da una sorta di presenza suprema – analogon pittorico del narratore onnisciente – ovvero da un potere indefinito: se divino o umano, tecnologico o spirituale, onnipotente o totalmente impotente di fronte al mondo terreno che osserva, non ci è dato sapere. L'adozione di questo specifico punto d'osservazione crea vuoti, genera assenze. Mancano i soffitti, le volte, le chiusure superiori, e l'attenzione urge inevitabilmente verso la dimensione del tellus, del suolo, della solidità e materialità terrene, mitigata solamente dall'evanescenza pseudo-mistica dell'ambientazione.
Tali atmosfere rarefatte richiamano, a prima vista, un contesto premoderno, temporalmente fermo, socialmente "freddo" – per richiamare Claude Levi-Strauss – ossia privo di storia, tecnologia e progresso. Ma a uno sguardo più attento ci troviamo di fronte a un orizzonte di senso diverso. Grazie all'uso sapiente di tutta la gamma di possibilità offerte dalla tecnica ad acquarello, il fruitore dell'arte di Adani ha l'impressione di soffrire di un astigmatismo congenito. Le inafferrabili sfumature monocrome riducono la sua visione a un daltonismo di natura orwelliana, al cui centro emerge la deformazione dello sguardo che subisce l'ottica del potere assoluto. Di fronte si distendono soltanto città fantasma, fortezze solitarie e abbandonate nel deserto dei tartari, le quali, come quinte sceniche spettrali, fungono da vestigia di antiche solidarietà.
Regna ovunque, nei dipinti di Adani, una sproporzione tangibile tra struttura e singolo, tra umano e milieu. L'individuo è spesso assente o rarefatto come l'ambiente in cui si trova senza appartenervi, senza viverlo. Oppure è minuscolo, in contrasto con la colossalità dello spazio circostante, e volta inesorabilmente le spalle a un sole malato (bassissimo su un orizzonte fuoricampo), o meglio, a una fonte astratta di chiarore che produce ombre lunghissime… ombre vespertine, sempre di tramonto, mai d'alba.
Si potrebbe dunque definire l'arte di Fabio Adani una pittura "monumentale" nel soggetto ed "eterea" nel medium tecnico, un'arte che tenta, seppure in forme quasi dantesche, o meglio, kafkiane, una spettrografia del potere assoluto e della relativa alienazione umana. Lo si nota per esempio nell’opera della serie Attese qui presentata. La sensazione è di stare in un tribunale, kafkiano appunto, privo di imputati e giuria. Oppure sulla scena di un'esecuzione capitale d'altri tempi, senza plotone né colpevoli, senza condannato ed esecutori. La disposizione delle sedie, tuttavia, allude anche alla svanita possibilità di una terapia collettiva, di una seduta immaginaria resa ormai impraticabile dalla greve assenza dell'umano e dall'oppressivo predominio di un'istituzione sociale decadente.
Qui Adani sottopone il concetto foucaultiano di "eterotopia" a una torsione irreversibile e profetica. Le "alterità spaziali" non sono più limitate ad ambienti circoscritti, ma diventano totali, dilagano. La società nel suo complesso, il mondo intero, l'esistenza umana, non contengono più eterotopie circoscrivibili, ma sono in quanto tali eterotopie tout court. Rispetto alla raffinata produzione di Fabio Adani vale la risposta che Franz Kafka diede per lettera a Max Brod, sodale dello scrittore e curatore delle sue opere postume, quando questi gli chiese se nel mondo vi fosse speranza. Nel mondo c'è molta speranza, scrisse Kafka, c'è speranza a iosa, ma non per noi.
COVER’S REVIEW

Fabio Adani’s art constantly proposes a perspective from above, almost a bird’s eye view, which results from a Raised Eye, a sort of supreme presence – pictorial analogon of the omniscient narrator – or by an indefinite power: if divine or human, technological or spiritual, almighty or totally helpless in front of the watching earthly world, we cannot know. The adoption of this specific point of observation creates emptiness, it generates absences. The ceilings, the vaults, the upper closures are missing, so that attention is unavoidably drawn to the dimension of tellus, of the soil, of earthly firmness and materiality, only relieved by the pseudo-mystical evanescence of the setting.
Such rarefied atmospheres recall, at first sight, a pre-modern context, temporarily stationary, socially “cold” – to echo Claude Levi-Strauss – that is deprived of a History, technology and progress. But to a more attentive view we find ourselves in front of a horizon of different meaning. Thanks to the skillful use of a whole range of possibilities offered by the watercolour technique, the public of Adani’s art gets the impression of suffering from a constitutional astigmatism. The elusive monochromatic nuances reduce their vision to a daltonism of Orwellian kind, on whose centre the distortion of the look which suffers the perspective of absolute power. In front, only ghost towns and fortresses stretch, lonely and abandoned in the Desert of the Tartars, which, like spectral scene wings, they act as remnants of ancient solidarity.
There reigns everywhere, in Adani’s pictures, a touchable disproportion between frame and individual, between human and milieu. The individual is often either missing or as rarefied as the setting in which he is, without belonging to it, without living in it. Or else, it is tiny, in contrast with the colossal space surrounding it, and it inexorably turns its back to a sickly sun (very low on an out of sight horizon), or better to say, to an abstract source of light which produces long shades… evening shades, always sunset shades, never dawning ones.
We could therefore define Fabio Adani’s art “monumental” as to the subject and “ethereal” as to the technical medium, an art that tries a spectrography of absolute power and its consequent human alienation, albeit in an almost Dantesque, or rather, Kafkian style. We notice it for instance in the work belonging to the series Attese presented here. The impression is that of being inside a law court, a kafkian one precisely, without defendants or jury. Or else, on the scene of an execution of times past, without platoons or culprits, without convicts or executioners. The arrangement of the chairs, nonetheless, also alludes to the vanished chance of a group therapy, of an imaginary session already made impossible by the heavy absence of human and oppressive supremacy of a decaying social institution.
Here Adani submits the foucaultian concept of “heterotopy” to an irreversible and prophetical torsion. The “space alterities” no longer bound to restricted settings, but they become total, they overflow. Society as whole, the entire world, human existence itself, do not contain circumscribable “heterotopies” any longer , but they become heterotopies themselves, tout court. Regarding Fabio Adani’s refined production we could apply the answer Franz Kafka gave by letter to Max Brod, the writer’s companion and curator of his posthumous works, when the latter asked him whether there was hope in the world. In the world there’s much hope, Kafka wrote, plenty of hope, but not for us