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UBIQUE

Mostra Personale -Solo exhibition - Galleria Loppis OpenLab - Parma - 2016

a cura di F. Baboni e E. Saccardi

DESCRIPTION OF THE PROJECT

Un percorso di immagini e testi scritti, simile ad un diario di viaggio composito, con riflessioni ad ampio raggio che partono dal rapporto uomo-natura e da luoghi reali ma che diventano indagini su sè stessi, in una dimensione più interiore, quasi filosofica con la possibilità di potersi identificare e “trasformare” in un luogo, cioè essere quel luogo più che semplicemente vedere e stare in un determinato posto;
la montagna con i suoi spazi ampi e le sue dimensioni è il luogo adatto a questo scopo, quasi con un senso del “sublime” romantico se non addirittura del sacro; ad ogni luogo visitato corrisponde una piccola pagina di diario con gli spunti di riflessione ispirati ad esso che si trasformano nella corrispondente opera pittorica e ancora di più in viaggio interiore; un camminare fisico che diventa metafora del camminare umano.
L’installazione della mostra è pensata in modo da avere un doppio punto di vista: le pagine del diario sono collocate ad altezza occhi, in modo da poter vedere il percorso descrittivo completo, come a dare lo spunto di un viaggio reale.
Le opere pittoriche, invece sono collocate ad altezza superiore, in modo da dare una visione da “sotto in su” come davvero si vedono le montagne, e delle installazioni permettono di salire più in alto, di “scalare” per potersi innalzare e vedere da un’altra prospettiva, per poter guardare le montagne negli occhi, e ascoltarle meglio.
A series of images and texts, similar to a travel’s journal, with wide ranging reflections that begin from the relationship between man and nature and real places but which become investigations on ourselves, in a more inner dimension, almost philosophical with possibility of being able to identify and "transform" into a place, that is: being the place rather than simply seeing and being in a certain place;
Mountain with its wide spaces and its size is the appropriate place for this purpose, almost with a sense of the "sublime" of the romantic-age or better, a sacred dimension; to each visited site corresponds a few journal lines with insights inspired to it that turn into the corresponding pictorial work and even more into the inner journey; a physical walking that becomes a metaphor of the human walking.
The installation of the exhibition is designed to have a double perspective: the journal pages are placed at eye level, so you can see the complete descriptive path, so as to give a hint of a real journey.
The paintings, instead, are placed at a higher level, so as to give a vision from below, like one really sees the mountains, and installations allow you to climb higher, to "climb" in order to lift yourself up and see from another perspective, to be able to look at the mountains face to face, and better listen to them.

FRANCESCA BABONI

Fabio Adani riprende un tema antico riattualizzandolo con un'accezione contemporanea e facendone un diario di viaggio indicativo per un cammino di personale ascesi. Le immagini si rincorrono assieme a brevi appunti di vita vissuta e studi su carta, suscitando riflessioni che prendono inizio dal rapporto uomo-natura ma che diventano indagini accurate, trasportandoci in una meta - dimensione più interiore, filosofica o spirituale. Il suo individuale Sturm und drang, giocato sulla dicotomia tra l'imponente materia rocciosa e cieli sfumati, si va a costituire in un insieme di memorie visive e riflessioni sul senso del camminare umano, in un percorso espositivo che attua una illusoria continuità tra opera e parete. Ciò che pare profilarsi all'orizzonte come se fosse visivamente davanti a noi, non assume più un valore naturalistico in sé, ma diviene viatico per cogliere lo spirito più profondo del luogo, all'insegna di un' identificazione con l'anima stessa di chi ha la possibilità di accedervi. Dal Catinaccio alle Pale di San Martino, passando dal Campanile di Val Montanaia, dalla sembianza di figura umana che guarda verso l'infinito, il Sacro non è mai stato così vicino, ubique. Non è dunque la sua un'idea stereotipata ma un'esperienza vissuta e tangibile catturata dal segno. La catena delle Dolomiti, in cui svettano cime che appaiono fortezze difficilmente espugnabili, piramidi attrattive e intriganti come antichi templi, viene trasfigurata dall'immaginario dell'artista che le trasforma in apparizioni oniriche rielaborate dalla sua memoria, in un viaggio raccontato attraverso la suggestione mentale di un'atmosfera. Mentre la pennellata si perde mirabilmente nei profili appena tratteggiati dal raffinato e sapiente virtuosismo della grafite arricchita da interventi a tecnica mista, la pesantezza del colosso si fonde assieme alla leggerezza e alla trasparenza delle nubi e all'orizzonte che a poco a poco va a svanire. L'uomo lascia segni del suo passaggio, ma non appare quasi mai se non piccolissimo di fronte alla mostruosità della natura, pronto a sfidarla trepidante per raggiungere la vetta e librarsi in volo. L'installazione al centro della stanza allude proprio a questa scalata in divenire, come se si osservasse il panorama dall'alto. Ecco che l'atto del salire si rivela meditazione e ricerca di un silenzio interiore, di un tempo lento, quello del passo di chi va alla ricerca di una pace introvabile, lasciandosi dietro la zavorra di un contesto urbano schizofrenico divenuto oramai insopportabile.

Ed è quella la meta. Sentire il respiro della montagna come presenza viva e pulsante e arrivare a rapportarsi a lei, al suo mistero di eternità assoluta, con l'occhio che si allarga e si perde verso l'infinito occupando l'intero spazio circostante, nel momento in cui il semplice atto del vedere diviene metafora dell'esistere.”