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MARCO TRUZZI

solo exhibition "Intimi sguardi" - Galleria Radium Artis - Reggio Emilia - 2005

COME HO SCOPERTO CHE FUORI C’E’ LA NEBBIA

E poi vien su la nebbia. E dico vien su perché è proprio così. Non ha la pretesa, la nebbia, di scendere dall’alto come l’acqua, né l’eleganza snob della neve o la prepotenza del sole.
Niente affatto. La nebbia si limita a salire dai fossi. Umile. Lenta. Ma arriva sempre.
E la gente, nelle corse delle proprie indaffarate giornate, si lamenta perché dalla nebbia è costretta a rallentare. No. In realtà si lamenta perché, fermandosi, è costretta a pensare e non è più abituata ed è un po’ come quando gli studenti vengono pescati su un capitolo non fatto.
Silenzio...
Negli acquerelli di Fabio Adani ci sono tante cose. A volte anche la nebbia. E delle sedie. Poi degli squarci di luce che non si sa bene da dove venga. Certo non dai fossi. Mi ci metto davanti e capisco che c’è qualcosa, lì, dipinto di fronte, che ha a che fare con un disegno, un progetto più grande di me. Di noi. Mi guardo un po’ in giro, imbarazzato, a destra, a sinistra, vorrei dire alle persone, quasi gridarlo a quelli che passano di lì, ehi, sentite, perché ci siamo liberati della nebbia, dei pensieri, delle sedie e di quella luce che non si bene da dove venga ma c’è?
Nessuna risposta
Il fatto è che le parole non mi vengono mai al momento giusto. È un problema piuttosto comune, no? Tanto più quando si vorrebbero fare riflessioni profonde, riguardo argomenti importanti. 
Tipo la vita. O l’amore. O la nebbia. 
Non me ne faccio una colpa eccessiva solo perché accade a molti. Comunque adesso ci sono arrivato. Sto davanti ad un paio di quadri di Fabio Adani e la parola precisa che mi frulla in mente è Metafisica.
Magari un giorno o l’altro glielo dico. Magari non si arrabbia. Magari è proprio quello che ha intenzione di fare quando dipinge. Magari no.
Così io sto qua, con questa parola, con questa specie di senso compiuto sulla punta della lingua e intorno a me nessuno se ne accorge. La maggior parte di quelli che sono qui sta brontolando perché fuori, appunto, c’è la nebbia. Guardo dalla finestra. È vero. C’è davvero la nebbia.
Io pensavo che venisse dai quadri, ma va bene lo stesso. In lontananza sento qualche campana rintoccare le ore. Giro il polso, tiro su la manica della maglia e controllo sull’orologio. Hanno ragione le campane, è già ora di ripartire. Si riprende a correre. Mi volto ed esco dalla stanza dove espongono gli acquerelli di Fabio Adani (che poi, forse, non sono nemmeno tutti acquerelli, ma tecniche strane, miste, che conosce solo lui, chissà…).

Intorno a me c’è la nebbia.
E sotto la nebbia gialleggia un po’ di luce che non si capisce bene da dove venga. Ma c’è.
E io sono felice.
AS I DISCOVERED THAT OUT THERE THERE’S THE FOG

And then rise up the fog. It comes up because I say it is. The fog hasn’t the pretense to descend from above like water, nor the snobbish elegance of the snow or the arrogance of the sun.
Not at all. The mist simply rising from the ditches. Humble. Slow. But it always comes.
And people are running in their busy days, complaining that the fog forces them to slow down. No. Infact they complain that, stopping, they’re forced to think and is no longer used and is a bit ‘as when students are caught in a chapter not studied.
Silence ...
In Fabio Adani’watercolours there are so many things. Sometimes even the fog. And chairs. Then flashes of light that no one knows where they came from. Certainly not from the ditches. I stay in front of them and I understand that there is something there, that evoke a project bigger than me. Than us. I look a bit ‘around, embarrassed, right, left, I would tell people, almost shouting to those passing by, hey, listen, why we forgot the fog, thoughts, and the chairs, and that light which we don’t know exactly where it’s come from?
No response.
Maybe is that words never come out on the right time. It is a fairly common problem, right? More so we would make profound statements, regarding important topics.
As life. Or love. Or light. Or the fog.
I do not blame myself too much just because it happens to many people. However now I’m arrived. I’m in front of a couple of pictures by Fabio Adani and the word out that’s standing in my mind is Metaphysics.
Maybe once I can tell him. Maybe he doesn’t get angry. Maybe is exactly that he’s going to do while he’s painting. Maybe not.
So I’m here with this word, with this sort of makes sense on the tip of your tongue around me and no one notices. Most of those people here are grumbling because out here there is, precisely, the fog. I look out the window. It’s true. It’s is really misty.
I thought it was from the pictures, but that’s right anyway. Faraway, outside here, I hear some bells chime the hours. I turn my wrist, I roll up the sleeve of the sweather and I control the clock. The bells are right, it is already time to leave. I turn myself and I leave the room where the watercolours of Fabio Adani are exhibits (perhaps, not even all of them are watercolors, but strange mixture technical, which only he knows...).

Outside I’m sourrended by the mist.
And beneath the fog there’s a bit ‘of light that it is not comprehensible where it comes from. But there is.
And I’m happy